...e poi, quando tutto sembra procedere a gonfie vele, capitano i guai. Beh, se devo essere davvero onesta, nel mio caso non è che i guai "capitino", così, per uno strano caso del destino. Di qualunque ambito dell'esistenza si parli, dal lavoro all'automobile ad una caffettiera sul fornello, compaiono perché io stessa faccio di tutto per evocarli: inconsapevolmente, spesso, e questa non è un'attenuante, anzi, è un'aggravante.
Contentissima della gioia di Pablo con il suo carrellino, commetto l'errore di lasciarlo "su ruote" per troppe ore consecutive. C'è anche da dire che il mostro, ora che ha conquistato l'autonomia del movimento, non vuol più saperne di stare a cuccia e manifesta il suo disappunto facendo ricorso a tutte le possibili modulazioni di voce che il genere canino abbia a disposizione, naturalmente al massimo volume. Così, complice anche il caldo, la zampa posteriore destra comincia a gonfiare. La colonna vertebrale di Pablo è fatta a "S"; in corrispondenza dei due anelli che sostengono le zampe a livello dell'inguine, la schiena è storta verso destra e, di conseguenza, l'anello di destra esercita sull'inguine una pressione più intensa. La circolazione, in quella zampa, è un affare più complicato: ragionamento molto acuto, il mio, se solo l'avessi elaborato prima che capitasse il patatrac...
La zampa "un po' gonfia" a sera diventa una salsiccia il mattino successivo, nonostante le ore trascorse a riposo nella cuccia. Con gran strazio delle mie orecchie e di quelle dei vicini, riduco la durata della permanenza di Pablo sul carrellino: un'ora al massimo, poi giù a nanna. Massaggi, ghiaccio, diuretico: niente da fare, la zampa è gonfia a dismisura e non accenna a migliorare. Pablo, com'è ovvio, non si accorge di nulla, visto che non ha alcuna sensibilità: non capisce il motivo di tanto trambusto e protesta vibratamente. Al terzo giorno in questa condizione, si va dalla bravissima dottoressa di fiducia della famiglia pelosa Agostini: il responso sarebbe tale da gelare il sangue nelle vene del piccolo, se solo potesse capire. Niente carrellino per un po': senza appello. E qui sono io a disubbidire: proprio niente niente, no... Carrellino almeno per le passeggiate igieniche, altrimenti il mostro dà di matto... Ed io pure!
La zampa non accenna a sgonfiare, è tesa come una zampogna e rigida. Ma il peggio deve ancora venire. La sciagurata domenica mattina del 14 luglio sistemo Pablo nella sua cuccia all'aperto, gli do una pulita al pelo con acqua e aceto e lo lascio a riposo poco più di due ore; è il turno degli altri due pelosi, da portare a spasso in compagnia di mia mamma. Noto una piccola sbucciatura all'inguine, colpa forse del gonfiore della zampa e dello sfregamento contro il sostegno del carrellino, ma, me tapina, ne sottovaluto l'importanza.
Al ritorno, è l'apocalisse: Pablo è tranquillo come sempre, ma nell'interno della zampa posteriore destra manca la pelle su un'area grande un palmo... Lì per lì resto senza parole: come è possibile che si sia staccato un pezzo di carne? Eppure qui intorno non c'è nulla... Poi guardo meglio e capisco: decine di minuscoli, disgustosissimi vermi stanno facendo banchetto della zampa. Resisto a fatica alla tentazione di svenire, mi fiondo in casa, mi aggrappo al telefono: chiamo immediatamente l'altro dottore di fiducia nonché mio amico e compagno di corse. "Pablo ha i vermi!!!!!!", urlo in preda alla disperazione. Acqua ossigenata, subito, a fiumi, per farli uscire tutti in superficie, per levarli via uno ad uno. Do fondo ai due barattoli che ho in casa, mentre mamma fila a spron battuto al supermercato per comprarne dell'altra; combatto contro un disgusto senza fine, io che svengo ogni volta che mi presento alla Fidas per la donazione, già alla vista del piccolo ago per la prova della glicemia. Mosche stramaledette... Con immensa fatica, dati i quasi trenta chili di Pablo e la difficoltà nel trasportare un peso con la forma e la vitalità di un cucciolo, trascino il mostro su per le scale, al primo piano, dritto dritto nella vasca da bagno, per lavare via tutti i residui di quelle bestiacce immonde dalla ferita e dal pelo, e poi ancora acqua ossigenata, Betadine, fasciatura... La ferita è impressionante, enorme, profonda, maleodorante. Ed io sono annichilita. Quella zampa martoriata, gonfia ed adesso anche squarciata... Nel pomeriggio, Giorgio viene a controllare la situazione e ad accertarsi che tutte le larve della mosca carnaria siano state rimosse. Sono certa che, visto il mio stato, mi voglia nascondere la reale gravità del danno. Disinfettare, fasciare, continuare con il diuretico ed aggiungere un antibiotico: per oggi, con le farmacie chiuse, l'Amoxicillina può andar bene. In casa ne ho.
Serve a poco chiudere il recinto quando i buoi sono scappati... Nonostante tutte le premure, il lunedì - giorno del mio trentaduesimo compleanno, il più angoscioso della mia esistenza - Pablo non migliora. Non si accorge di nulla, lui, è vivace e vitale ed incontenibile come sempre; mangia con buon appetito, ma quella zampa è sempre peggio. La ferita emana un odore che fatico davvero tanto a sopportare. Martedì, altro consulto veterinario: il responso è di quelli che tagliano le gambe, è proprio il caso di dirlo, perché le alternative sono due: o l'amputazione di entrambe le zampe, con disarticolazione a livello dell'anca, oppure... Soppressione. Altrimenti, l'infezione galoppante presto si estenderà oltre la zampa, con le conseguenze che si possono immaginare. Stringo il testone di Pablo tra le mani e piango come una fontana, mentre la dottoressa mi spiega quel che io stessa so essere giusto e razionale. All'amputazione mi rifiuto anche solo di pensare: Pablo resterebbe un tronco, si trascinerebbe strisciando sui genitali, senza contare la tortura di un intervento chirurgico di quella portata e soprattutto senza contare il fatto che, nemmeno così, si potrebbe avere alcuna garanzia di fermare l'infezione. La soppressione... Guardo Pablo che ansima per l'agitazione, qui sul pavimento dello studio, e mi lecca le mani con la sua linguona ruvida; guardo i suoi occhietti vispi e pieni di voglia di vivere... E poi guardo quella zampa ormai quasi in cancrena, deforme, sfregiata. La parte razionale di me ha già deciso: solo, non adesso, non oggi. Voglio tenerlo con me ancora un giorno, stargli vicino questa notte, riempirlo di coccole e cose buone, e poi domani pomeriggio tornerò qui.
Esco dall'ambulatorio con la sensazione di chi non ha più la terra sotto i piedi. Non capisco, una settimana fa eravamo così felici con le ruote nuove... E adesso...
Trascorro il pomeriggio fisicamente in ufficio, ma non sono presente. Non so cosa possano pensare, i clienti che passano di qua, dei miei occhi rossi e gonfi. Probabilmente mi scappa qualche risposta che c'entra con le domande come i cavoli a merenda. Scappo da Pablo, nel frattempo sistemato in casa ai piedi della scala, ogni volta che posso, ed ogni volta lui mi accoglie come se non mi vedesse da secoli. Non posso credere che domani sarà tutto finito... Mamma tace, cerca di farmi coraggio ma è distrutta quanto me. Eppure cosa posso fare? Se almeno l'operazione potesse lasciargli due moncherini... Ma la piaga è proprio nell'interno coscia, estesa fino all'inguine. Cosa ne sarebbe di lui, se anche sopravvivesse? No, non posso accettare l'accanimento terapeutico, non lo voglio neppure per me stessa, sarebbe follia.
Arriva la sera. Resto in ufficio, avrei un sacco di incombenze da sbrigare; in realtà mi aggiro come uno zombie, non so dove sbattere la testa. Ho appena medicato il piccolo; quella ferita è indescrivibile, ormai necrotica. Disperazione... Pazienza che il lavoro stia andando a pallino, pazienza che i rapporti familiari si siano sgretolati, pazienza che la mia vita stia correndo troppo in fretta verso il burrone... Ma perché anche Pablo? Perché lui? Non ha ancora patito abbastanza? Forse chi l'ha ridotto così, spezzandogli la schiena, non è ancora soddisfatto della prodezza?
Mi chiama Matteo, da Genova. Sa già tutto, vuol venire a salutare Pablo per l'ultima volta. Cerco di dissuaderlo, ma in realtà la sua presenza sarebbe per me un sollievo immenso, per quanto possa esserci sollievo in questa situazione... Partirà poco dopo le otto, alla chiusura del negozio.
...ma non ha senso, non può avere senso uccidere una creatura così. Pablo è troppo gioioso. Possibile che non ci sia una terza alternativa? Benedetto telefono, mi ci appendo, chiamo Giorgio, il dottore: "Senti, lo so che mi mandi al diavolo, ma io voglio fare ancora un tentativo. Voglio portare Pablo in clinica, adesso". Il primo pensiero va ad una struttura di Piossasco: ma non risponde nessuno. Mi dirotto quindi a Torino, alla Clinica Veterinaria Vercelli, dove avevo già portato Pablo per le radiografie: Giorgio chiama per me; mi riferisce che il Pronto Soccorso è effettivamente operativo anche di notte. Mamma mette a disposizione l'auto, visto che la mia è momentaneamente KO dal meccanico; il povero Matteo, suo malgrado, appena arrivato qui, alle dieci e mezza passate, è costretto a rimettersi in marcia, alla guida, destinazione Torino, corso Traiano. Pablo, nel bagagliaio appositamente allargato abbattendi i sedili, strilla e strepita e distrugge i fogli di giornale messi a protezione dei sedili.
La notte è davvero di quelle buie e tempestose: un vento gelido s'infila dai finestrini; il cielo nero è squarciato di lampi; la periferia di Torino, ancor più squallida. Matteo ed io abbiamo il cuore in gola; combattiamo per ostentare una calma che nessuno dei due ha. Vorrei non arrivare mai a destinazione... La luce gialla dei lampioni rende tutto più sinistro. So bene che sarà inutile, ma non posso rassegnarmi così, senza tentare il tutto per tutto. Se poi mi diranno che non c'è nulla da fare, allora chinerò il capo e non riporterò Pablo a casa.
Scarico Pablo davanti all'ingresso della clinica, con la vetrina oscurata ed illuminata da una fioca luce. Da dentro provengono delle voci; forse non siamo gli unici pazienti notturni. Pablo impazzisce annusando mille odori interessanti nell'aiuola, mentre io lo sostengo a fatica con il sospensore. Ci accoglie un veterinario giovane, gentile, con un bellissimo viso ed occhi dello stesso colore blu-verde del camice: giù in sala d'attesa, mentre viene congedato il paziente canino prima di noi. Pochi minuti di angoscia: Matteo, pur non avendo cani suoi - per il luogo in cui vive ed il suo lavoro, non potrebbe proprio - si è affezionato ai miei nella stessa maniera viscerale in cui li amo io. A Pablo in particolare, forse perché tanto affettuoso e sfortunato.
Con le lacrime a stento trattenute, seguiamo il dottore in una delle stanze dell'ambulatorio e solleviamo Pablo, per niente contento del trattamento, sul tavolo di metallo. L'ennesima vista di quella ferita rischia di mandarmi a gambe all'aria...
Il dottore non è così pessimista, anzi. Le sue parole hanno l'effetto di una maschera di ossigeno sul viso di un uomo che non respira più, o magari la dose di eroina per il tossico in crisi di astinenza. La situazione è grave ma non irreparabile... Bisogna pulire la ferita, asportare le parti necrotiche, sottoporre il piccolo ad un esame batteriologico per individuare l'antibiotico più adatto. Questo dottore con Pablo è tenerissimo, lo accarezza, gli fa le moine... Matteo è fuori di sé dalla gioia; dal canto mio, io cerco di tenere a freno l'entusiasmo, perché ho troppa paura della disillusione... In fondo, la medicina non è una scienza esatta; da profano, non puoi mai sapere qual è il medico che azzecca la diagnosi, fino a quando non vedrai davvero i risultati della cura. Ergo, da profana, non voglio gioire prima del tempo... Ma quel che è certo è che Pablo avrà salva la cotenna ancora per qualche giorno. Cominciamo ad accontentarci di questo.
Potrei riportarlo a casa e seguire le istruzioni per la medicazione, e poi tornare in clinica domani... Ma non me la sento davvero. Nonostante il dottore quasi suggerisca che non è il caso, insisto perché Pablito resti ricoverato lì, sotto controllo continuo di occhi e mani esperte. Gli accarezzo ancora una volta il testone, gli chiedo scusa... Il mostro finisce in sala degenza, in un bel box, lindo e piastrellato, con tanto di scarico centrale per la pipì. Certo, è una gabbia: Pablo non tarda a manifestare con violenza vocale il suo disappunto, tanto che mi si stringe il cuore a voltargli le spalle e ad andare via. Ma credo che la penitenza peggiore toccherà al povero whippet nella gabbia accanto, unico altro degente: ha un'aria tristissima e sofferente e gli toccherà sorbirsi per tutta la notte il concerto per corde vocali...
Avviso Giorgio delle novità: anche lui è ancora sveglio, a mezzanotte passata, in pena per il peloso. Rientro a casa con il cuore appallottolato come un pezzetto di stagnola per alimenti. Troppo presto per realizzare cosa sia successo. Fuori dell'auto infuria l'acquazzone, dentro c'è una calma quasi irreale... Potrei sgonfiarmi come il pallone airbag. Grazie Matteo. Domani, appena possibile, telefonerò alla clinica per avere notizie. Ora però mi serve una lunga notte ristoratrice.
Ho riletto a distanza di due mesi e mi sono commosso ancora. Se è vero che "quel che non uccide fortifica", Pablo ormai è una roccia!
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